Visualizzazione post con etichetta niegazowana. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta niegazowana. Mostra tutti i post

giovedì 9 maggio 2013

toni bruna - formigole (2013)

toni bruna, cantautore triestino, è un artigiano dell musica, le cui sonorità sono influenzate da un intenso periodo vissuto in america latina. si esprime con coraggio in lingua istroveneta (più semplicemente dialetto triestino) che, parlato fin dall'infanzia, ritiene essere l'unico, possibile, mezzo espressivo. nasce così il suo folk immaginario di cui colpisce, il sapore internazionale. anche se non si colgono tutte le parole, ci si fa trasportare dalle sonorità. quello che non si capisce lo si interpreta, catturati da una suggestione profonda in cui musica e testi rivelano una forte, inaspettata, sintonia.
*
il primo disco di toni, formigole, autoprodotto nel 2011, non a caso, è stato recentemente stampato con distribuzione nazionale da niegazowana (bizzarra parola polacca che significa "naturale"). l’etichetta è nata infatti circa 6 anni fa con l'intento di cercare artisti che sappiano comunicare se stessi attraverso la musica con meno filtri possibili. a fine aprile è stato pubblicato il video del singolo che da il titolo all'album. girato lo scorso dicembre a san pelagio, sul carso triestino, vede la regia di fabio capalbo, uno dei titolari dell'etichetta sopracitata, che racconta così questa esperienza:
"ci sono alcuni brani, così puri ed essenziali, che mi rendono difficoltosa un’interpretazione visiva. quasi che qualsiasi cosa si aggiunga al brano rischi di sovraccaricarlo. chiacchierando insieme, toni mi ha detto di avere un contatto intimo con la campagna triestina. è solito arrampicarsi sugli alberi, portandosi a volte anche una carrucola con la quale tira su gli strumenti musicali per poi mettersi a suonare appeso tra i rami. Mi è sembrata un’immagine forte e abbiamo deciso di seguirla. ho pensato che il comune denominatore di questo clip dovesse essere la luce. ci tenevo che il video iniziasse di giorno, proseguisse al tramonto e si chiudesse con la notte. abbiamo girato a fine dicembre, periodo in cui le giornate sono molto corte, luce compresa. durante il tramonto dovevamo girare le scene più complesse, quelle dell’arrampicata sull’albero. avendo a disposizione più o meno 30 minuti di luce-tramonto, e solo 2 giorni disponibili per le riprese siamo riusciti a girare tutto quello che ci serviva in pochissimo tempo. siamo stati fortunati col tempo, c’era un bel sole che creava degli interessanti giochi di luce. gran parte delle riprese le abbiamo filmate con anche noi della troupe arrampicati sugli alberi, e per me che non sono esattamente uno sportivo slanciato non è stato semplice. mi ricordo che abbiamo preso tantissimo freddo. abbiamo patito, ma ne è valsa la pena".

formigole
e le formigole, le sburta avanti e indré le fregole
co le antene le se stuziga
qualche volta le se piziga
ma po le se vol ben
e noi altri
noi stemo solo tra de noi altri
qualche volta se misiemo con quei altri de lá
po se demo pel muso
e restemo incazai
si noi restemo incazai



formiche
le formiche spingono (portano) avanti e indietro le briciole
con le antenne si stuzzicano
qualche volta si pizzicano
ma poi si vogliono bene
e noi 
noi stiamo soli tra di noi
qualche volta ci mescoliamo con gli altri
poi ci picchiamo (litighiamo)
e restiamo incazzati
si noi restiamo incazzati



"formigole è una canzone che parla delle formiche e degli esseri umani, mettendo a confronto le due condizioni. dice che le formiche, nonostante alle volte si pizzichino e scontrino, alla fine finiscono col vivere “in armonia” (fra virgolette). stanno lì nel formicaio, lavorano tutte insieme, partecipano, a differenza degli uomini che invece restano ognuno arroccato sulle sue posizioni. a volte gli umani si avvicinano a chi è diverso da loro ma poi iniziano a guardarsi di brutto, si incazzano e finiscono col restare separati. ad osservare bene, in realtà, anche le formiche si massacrano e magari gli uomini, invece, vanno d’accordo per cui boh...in definitiva non so. sono particolarmente legato a questi concetti che mi piace sviluppare, ma, se penso al mio processo creativo, mi rendo conto che non riesco a fare scelte coscienti, pensate a tavolino. le mie composizioni “arrivano” da luoghi che non saprei neanche individuare, tutto avviene sempre in modo vuoi casuale, vuoi inconscio, vuoi accidentale. succede, lo sento e basta…"
(brano tratto dall'intervista di toni bruna su just kids #7 - maggio 2013)

*la locandina del formigole tour è disegnata da jan sedmak (che suona anche il clarinetto dal vivo con toni)

martedì 30 ottobre 2012

Edda odia i vivi? - il Capitano Cook incontra Stefano Rampoldi

Stefano “Edda” Rampoldi è stata la voce di uno dei gruppi rock italiani più importanti degli anni ’90: i Ritmo Tribale. Poi, all’apice del successo, la sua scomparsa. Il ritorno sulle scene avverrà dopo circa 12 anni, nel 2008, quasi in punta di piedi, per non disturbare. 
L'ho incontrato una domenica pomeriggio di ottobre, prima di un suo concerto al circolo Agorà di Cusano Milanino e mi sono fatto raccontare di lui e della sua musica, scoprendo una bellissima persona: vera, sensibile, senza filtri. Questo è quello che ci siamo detti in quella occasione…
Odio i vivi è un titolo molto provocatorio. Perché li odi? hai i tuoi motivi e te li tieni per te o puoi spiegarceli?
Il motivo è che l’esistenza a volte mi appare demoniaca. Sono sicuro che sulla terra ci sono tanti  momenti paradisiaci ma si vivono anche tanti momenti da inferno. Io odio quelli che, a volte, mi creano un inferno in cui vivere, quindi, odio i vivi… 

Come ti sei sentito a cantare di nuovo davanti al tuo pubblico, che, nonostante uno stop di 13 anni ha dimostrato di non averti dimenticato?
A sapere che il pubblico non mi dimenticava non me ne sarei mai andato.
Mi ha fatto piacere anche se, all’inizio, quando ho ripreso, l’ho fatto solo per me, senza aspettative, per una mia esigenza, per darmi un po’ di paradiso. Se poi anche gli altri mi seguono, mi fa piacere.


La musica adesso non è il tuo unico mestiere. In che modo riesci a conciliare le due attività (ndr. costruisce ponteggi)?
Il problema è che la musica mi crea sempre una situazione di benessere, anche se non sono il musicista che vorrei essere. Non so suonare, non so forse neanche cantare. Però adesso torno a casa la sera abbastanza abbattuto, demotivato.. mi metto lì, prendo la chitarra, suono e vedo che piano piano mi perdo dentro. È come un gioco, una cosa bella. Il problema è che quando ho fatto il disco mi sono licenziato proprio per dedicarmi solo a quello. Credo che sia stata una cosa giusta, però, una settimana prima dell’inizio delle registrazioni non volevo più farlo, ero entrato in paranoia, non mi sembrava assolutamente di aver fatto la scelta giusta. Ricordo che Fabrizio De Andrè, in un’intervista rilasciata tantissimi anni fa, disse: ”questo non può diventare un mestiere, se lo diventa è una cosa un po’ pesante”. La stessa cosa me l’ha detta Mauro Pagani quando sono andato a registrare il primo disco nel suo studio ed ho detto che non facevo questo di mestiere. Lui mi ha risposto:” meglio!”. Il giorno, con situazioni troppo pesanti e squilibrate, mi uccide. Un po’ me lo sono scelto, sto cercando di venirne fuori, ma quando hai un lavoro te lo tieni.
Cosa ti ha spinto o chi ti ha convinto a tornare a cantare e a scrivere canzoni?
Mi è successo molto casualmente grazie al chitarrista Andrea Rabuffetti, con cui ho fatto il primo disco “semper biot”. Eravamo amici, io suonavo con lui per il piacere di suonare, lui è molto bravo, ci trovavamo davvero bene. Lui mi ha detto che voleva mettere alcuni miei video su youtube. Io non sapevo nemmeno che esisteva perché sono rimasto fuori dal mondo per tanti, tanti anni. Nel giro di una settimana è arrivata la proposta dell’etichetta Niegazowana di fare un disco ed io ho accettato. Alla fine nasce tutto dal fatto che suonare è una cosa che mi fa star bene. Bisognerebbe solo suonare, non andare a lavorare e suonare. Non per un fine, per un disco, ma solo per il piacere di farlo. Ti alzi una mattina, ti metti a fare una nuotata, giri un po’ per il mondo, cammini e poi ti metti a suonare. Se si potesse fare così sarebbe meglio…

Com'è cambiato il tuo modo di fare e di concepire la musica dai ritmo tribale ad oggi?
io presentavo ai ritmo tribale delle canzoni e loro poi me le ”imbastivano“ nel giro di una prova. Portavo i pezzi, li suonavamo e arrangiavamo in sala.
Adesso la cosa è un po’ più astratta: il pezzo c’è però mi chiedo sempre che vestito mettergli. Il vestito è una cosa importante, me ne sto rendendo conto. Stavo ascoltando i Radiohead e notavo la loro linea canora. Se proviamo a tenere la melodia e togliamo tutto il resto potrebbe diventare, per assurdo, una canzone alla Cristina d’Avena. Non è che loro melodie siano così astruse, è l’arrangiamento che è di un raffinato veramente grande. Le canzoni di Cristina d’Avena sono melodiche e sarebbe bello vedere come le arrangerebbero i Radiohead.
Il tuo ultimo disco è sicuramente uno dei più interessanti del panorama italiano degli ultimi anni, tanto da portarti ad essere finalista del premio Tenco pochi giorni fa. Dev'essere una gran bella soddisfazione...
E’ già una soddisfazione, ma io avrei voluto vincere. Ho vinto una sola volta, al circo: mi hanno regalato un arco e una freccia. Adesso sarebbe stato il momento di tornare a vincere. Agli Afterhours non cambia niente e probabilmente nemmeno a me avrebbe cambiato niente, però…

Com'è nata la collaborazione con Manuela Falorni per il video di Odio i vivi?
E cazzo, qui parliamo di porno! Parliamo di una vera dimensione… E’ nata da un’idea di Fabio Capalbo, uno dei ragazzi della Niegazowana. E’ stata una bellissima idea perché lei è una persona molto interessante e in più è un’attrice porno…
Praticamente abbiamo fatto  un documentario, ed è venuta fuori una bellissima cosa secondo me.
I titoli delle tue canzoni, nell'ultimo album sono quasi tutti nomi di donne. Ce n’è una a cui sei particolarmente legato?
A parte Marika, che praticamente conosco come amica, tutte le altre sono state più o meno mie fidanzate e donne importanti per me. I testi sono tutti assolutamente autobiografici.

Ero al Teatro da Verme (di Milano) questa primavera e in quell'occasione hai riproposto una serie di brani di altri autori riarrangiati e rivisitati. Mi è sembrato molto interessante il fatto di riscrivere alcuni testi. Com'è nata questa idea?
Quella sera ho temuto la debacle perché io già non so suonare i miei pezzi, figurati mettermi a suonare quelli degli altri. Però c’era stata la richiesta di Enzo Gentile che conosco di fama da 35 anni, da quando ascoltavo radio popolare alle medie. Mi scocciava quindi dirgli di no anche se proprio giocavo fuori casa. E’ andata bene, non so come, anche grazie ad Alessandro Grazian che è un grande musicista. Sono contento, quella serata me la ricorderò per tutta la vita, più che altro per l’ansia.
Se per te dal pubblico è bello, dal palco, per me, è bello la metà, perché da lì si è sempre più perfezionisti. Se mi avessero detto: ”la serata è stata una cagata” l’avrei accettato, perché dal palco non si riesce ad avere la percezione giusta delle cose.


In una di queste rivisitazioni, dici stravolgendo il testo di Finardi di Sulla strada: "Cantando di gioia, la mia masturbazione" invece di "cantando di gioia e di rivoluzione". La musica è masturbazione per te?
Per me che non son capace si, perché ogni tanto mi perdo. Ho imparato a cantare perché la musica mi piaceva. Anche io volevo in qualche modo esprimermi con questo mezzo, poi, quando comincio a suonare, un pochino mi perdo. La storia della masturbazione è venuta fuori perché non riuscendo a ricordare i pezzi a memoria  ho imparato ad improvvisare, però l’effetto finale non è così male.
Nei tuoi progetti futuri c'è la possibilità di rivedere insieme i ritmo tribale?
Quando ci vediamo ci pensiamo sempre, però è difficile per il fatto che non sappiamo se sia giusto farlo. Noi eravamo anche una specie di tribù, vivevamo veramente in simbiosi, stavamo sempre insieme, eravamo amici, lavoravamo assieme. Per noi i ritmo tribale potevano essere una famiglia. Il fatto è che ci siamo persi di vista da almeno 15 anni. Ora non potremmo tornare la famiglia che eravamo prima, ognuno ha la sua vita, ha preso la sua strada. Questo non ci permetterebbe di tornare alla vecchia dimensione, la scelta sembrerebbe un po’ posticcia, quasi una forzatura, che renderebbe il tutto poco magico. Non possiamo più vivere la musica nel modo in cui eravamo abituati a viverla, perché per noi i ritmo tribale “erano quella cosa lì”, oggi mancano le condizioni oggettive e materiali. Sono sicuro però che, se stessimo di nuovo assieme un mese, automaticamente ne verrebbe fuori qualcosa. E’ la prima volta che dico questa cosa, non l’avevo pensata prima. Il nostro era un po’ un modo di vivere, forse questo è arrivato negli anni alla gente. Io ad un certo punto ho smesso perché non mi sentivo più all’altezza. Mi sono impegnato per 12-13 anni a fare questa cosa e non ho ottenuto niente. E’ stata una scelta che ho fatto io, per me, invece bisognava continuare ancora per altri 20 anni…

Hai una voce e un modo di cantare molto particolare, a tratti ricordi Demetrio Stratos. Ti ispiri effettivamente a qualcuno quando canti?
Io tento di fare con la voce quello che faceva Demetrio Stratos ma, al contrario: praticamente lo faccio in senso antiorario. La sua voce usata in quella maniera è stupenda, la mia sembra una cosa un po’ strana. Io ho cercato ed è venuto fuori questo ibrido che ricorda un po’ Demetrio Stratos. Di sicuro i dischi degli Area li ho ascoltati tanto, li ho apprezzati tanto, anche se non si direbbe visto come suono. Secondo me, in quel periodo, c’erano i Weather Report e gli Area: per i primi la fama era mondiale ma il valore degli Area, secondo me, era a livello forse anche superiore.
Hare Krishna cosa ha dato alla tua vita?
Me l’ha cambiata. A 20 anni, assolutamente inconsapevole e mai attratto nemmeno dallo yoga, una notte in cui ero molto drogato, sono stato folgorato da quello che gli Hare-Krishna trasmettevano alla radio. Così, piano piano, li ho conosciuti e dopo 30 anni gli sono ancora attaccato, nel bene e nel male. Il fatto di essere diventato vegetariano lo devo a loro e sempre li ringrazierò per avermi aperto gli occhi su questa piccola cosa che per me è molto importante. Per adesso è stata una scelta positiva, si vedrà poi alla fine…


[James Cook was here!]



*grazie a Starfooker per le foto.

articolo pubblicato su just kids Webzine #2