lunedì 24 marzo 2014

gogol bordello - my gypsy auto pilot (2013)

"il gipsy punk? sì, l’ho inventato io. molti di quelli arrivati dopo sono band da matrimoni." così eugene hütz, frontman della band dei gogol bordello, rivendica la paternità di un genere ormai suonato nei locali e nei festival musicali di tutto il mondo. il gruppo,i cui componenti provengono per la maggior parte dall’europa orientale, si è formato nel 1993 a new york, ma il loro vero esordio musicale avviene nel 1999. hanno all’attivo sei album in studio, di cui l’ultimo pura vida conspiracy è stato pubblicato a luglio 2013.
si tratta di dodici tracce nate con l’intento di diffondere un messaggio preciso: cercare se stessi al là dei confini imposti dalla nazionalità, nella convinzione che, se si possiede un vero “spirito umano”, non ci si può fissare in uno specifico genere, cultura o nazionalità. i gogol bordello sono attualmente una formazione multietnica che unisce l’ucraino hutz alla voce e chitarra, i russi sergey ryabtsev e yuri lemeshev al violino e alla fisarmonica, l’italo-svedese oliver francis charles alla batteria, l’etiope thomas "tommy t" gobena al basso, l’equadoregno pedro erazo alle percussioni e la ballerina vocalist e percussionista elizabeth chi-wei sun, di origini cinesi. 
la loro musica nasce dal desiderio di contaminare genere diversi: si va dal punk, al folk, al rock, alla world music, al reggae, alla musica gitana e alla tradizione ucraina. il video di my gypsy auto pilot è stato registrato live negli studi di 89.3 the current, radio pubblica di saint paul, minnesota usa. 
l'obiettivo dichiarato di eugene hutz è scrivere canzoni che raccontino storie che rimangano in testa per giorni. ascoltando il ritmo frenetico di questo violino, sostenuto da una brillantissima fisarmonica, con chitarra e batteria altrettanto scatenate, sembra proprio che lo abbia totalmente centrato…

giovedì 20 marzo 2014

gabriele buonasorte 4et - anymore (2013)

musicista che fa della versatilità e dell’amore per le contaminazioni sonore il suo tratto dominante, gabriele buonasorte è sassofonista, compositore, arrangiatore e sound designer. ha collaborato con musicisti quali gabriel rivano, silvia bolognesi, carlos rojas, stelvio cipriani. nel 2012 ha formato il suo quartetto composto da angelo olivieri (tromba), mauro gavini (basso) e mattia di cretico (batteria), con cui ha registrato forward, primo progetto originale.il disco è nato dal desiderio di scrivere musica che potesse non esser racchiusa dentro una qualsiasi etichetta di stile. buonasorte da sempre interpreta il jazz come una straordinaria miscellanea di linguaggi differenti, da plasmare liberamente, attraverso l'ispirazione del momento. questo progetto, in particolare, racconta musicalmente immagini e situazioni del suo vissuto, esprimendo un pensiero critico su temi attuali politico-economici e sociali. 
per far questo ha scelto un linguaggio semplice e lineare, ma con una forma in costante evoluzione, che genera continui cambiamenti sonori. si passa dal groove intenso a ritmi sincopati, da atmosfere soft ed evocative ad improvvisazioni psichedeliche.
il video è relativo ad un versione live del brano anymore, nel quale è presente anche la violoncellista susanne hahn. le immagini sono state realizzate presso l’indiehub di milano in occasione della registrazione dell’album. un modo davvero suggestivo per dare vita, attraverso le note, a pensieri, riflessioni, ricordi che si alternano, crescono, fino ad esplodere in un energico "mai più", in cui ognuno può ritrovare la forza e volontà necessari per affrontare un quotidiano spesso complicato…





foto di alessandro sgarito.

martedì 4 marzo 2014

pipers - juliet grove (2014)

i pipers (letteralmente suonatori di strumenti a fiato) sono una band che nasce a napoli nel 2007, da un progetto del cantante e compositore stefano de stefano. il nome del gruppo è stato ispirato dal protagonista della favola del pifferaio magico (dei fratelli grimm), che con la magia delle sue note, riusciva a farsi seguire dai topolini liberando così la città di hamelin. 
la scelta della lingua inglese, così come il gusto decisamente internazionale, li ha portati a suonare diverse volte nel regno unito, riuscendo a fare “da spalla” a gruppi quali turin brakes, the charlatans, ocean colour scene, ma anche starsailor e l’ex stone roses ian brown. durante il percorso la formazione è cambiata parecchio, il background si è ampliato, spaziando dal british, al folk, fino al cantautorato americano. 
dopo il primo disco no one but us, uscito nel 2010, il trio, per il secondo lavoro, ha scelto gli studi the magic garden di wolverhampton in inghilterra ed il produttore gavin monaghan (già al lavoro con editors, paolo nutini, robert plant e numerosi altri). l'album è stato registrato in soli dodici giorni, ma è passato un anno e mezzo (arrivando a gennaio 2014) per la pubblicazione. un disco, juliet grove (dal nome della strada in cui la band soggiornava durante le registrazioni), in cui c’è una fortissima componente di determinazione, voglia di reagire e “farcela” a di là delle difficoltà da affrontare per un gruppo emergente, correlate all’attuale situazione del mercato discografico. sono nate così dieci canzoni, di cui alcune in verità scritte anni fa, che stefano riassume così: “oneste e sincere, stronze quando bisogna esserlo, serie per gran parte del resto, con musica pestata sulle corde e accarezzata sui tasti, cantate da fare entrare dentro nei momenti di scazzo, malinconia o riflessione“.
juliet grove è un album che si ascolta molto volentieri, sospeso tra il pop e il folk, rivela un gusto tipicamente british caratterizzato da melodie leggere di chitarre ed armonica, piacevoli inserti di piano e una batteria energica al punto giusto. proponendo musiche raffinate ed arrangiamenti particolarmente curati, i pipers ci accompagnano in un viaggio emozionale in cui s'incontrano tutte le sfumature dei sentimenti. in ascolto, socchiudendo gli occhi, possiamo ritrovarci nel bel mezzo di una pioggerellina primaverile, "abbandonati" da qualche parte, nelle midlands inglesi.
il lavoro è stato anticipato dal singolo ask me for a cigarette, brano che prende spunto da un episodio accaduto realmente. la ballata, sorretta da una melodia dolce, malinconica e struggente, con delicata intensità racconta come l’appuntamento con l’amore di una vita possa arrivare in un momento apparentemente banale, come quello, appunto, in cui si chiede una sigaretta. il video, realizzato da giacomo triglia, è arrivato in finale al pivi (premio italiano video indipendente) 2012 nella categoria miglior montaggio e si è anche aggiudicato la vetrina sul sito del noto magazine inglese nme.
ask me for a cigarette 
ask me for a cigarette 
i love you without knowing you 
but I do because that’s the way it goes 
ask me for a cigarette 
and trust me from the very start 
for all the rest just look into my eyes 
ask me how i used to feel 
who i really want to be 
help me reassemble all the parts 
for now you have a cigarette 
you can stay here with me if you want 
there’s no need to say anything at all 
oh, tell me you’re much more than 
anything i’ve ever had 
anything i've ever felt 
anything i wish i had 
ask me for a cigarette my love 
ask me for a cigarette my love 
oh, tell me you’re much more than 
anything i’ve ever had 
anything i've ever felt 
anything i wished i had
ask me for a cigarette my love 
ask me for a cigarette my love 
ask me for a cigarette 
i know it’s a damage for your health 
but would you say that life is always good? 
ask me for a cigarette, 
a reason to get close to me 
for all the rest just look into my eyes
nato come una lenta ballata piano e voce, safe, in pre-produzione ha acquistato più dinamicità, trasformandosi in un valzer energico, divenendo anche il brano preferito di gavin monaghan. un mix davvero ben riuscito di dolcezza ed energia, scandite in particolare da batteria, armonica e mandolino, fa da sfondo al racconto di una storia che vede protagonista la lucida, struggente consapevolezza del “senso di fine“ che si avverte quando si sta perdendo qualcuno di importante. un po' come sentirsi di appartenere ancora allo stesso fiume ma, divisi, vedersi scorrere su differenti rive...
il video è stato registrato dal vivo allo studio starlight di napoli da foley vision (diretto da giò scarberg)
safe
the marks on your face
they draw a perfect grace
but don’t know how long
i can admire them
we’re not sure about the steps
we need to take next
but surely i will stay here
and give you my help
oh i know how far you’ve gone
a new faith will grow
as the world is coming down
but you’re here on the other side 
everything thru different eyes 
oh i know how far you’ve gone 
a new faith will grow 
as the world is coming down 
but you’re here on the other side
everything thru different eyes my dear
all i want is that you don’t feel alone
that’s not your place
i’ll keep you safe my dear
i pipers sono:
stefano de stefano voce chitarra piano armonica
stefano "stoo" bruno basso mandolino voci
marco magnacca batteria voci
pedro coviello basso voci


*foto live di chiara amendola
**grazie a ellebi per il prezioso aiuto!

domenica 2 marzo 2014

mulatu astatke - azmari (2013)

mulatu astatke ha scritto la storia musicale del suo paese, creando l’ethio-jazz, uno stile che rilegge l’esperienza della musica afroamericana attraverso una visione etnica. la sua avventura ha inizio negli anni sessanta, quando, giovanissimo, lascia l’etiopia, sua terra d’origine, per raggiungere l’inghilterra. successivamente si trasferisce a boston dove, primo musicista africano, entra al berklee college of music. è lì che conosce e rimane totalmente affascinato da mondo del jazz, che esplorerà in modo più personale al momento del suo ritorno in patria, a fine decennio. spinto dal desiderio di mescolare tutto ciò che ama, astatke, crea così un jazz dall’anima africana, in cui convivono melodie religiose copte e ritmi latini.
nella sua lunga carriera ha collaborato con artisti del calibro di john coltrane, duke ellington, miles davis, tutti suoi grandi eroi. La sua musica, negli anni, ha assunto le tonalità di un tribalismo urbano in cui passato e presente si fondono in modo sempre affascinante.
per farvi un'idea dello stato di grazia del musicista 71enne, rivediamo azmari, tratto dal suo ultimo album sketches of ethiopia. la sua realizzazione è avvenuta durante una perfomance live dello scorso maggio in francia, nella località di fontenay en scènes. un viaggio musicale che, fin dalle prime note, permette a chi l’ascolta di addentrarsi fino al cuore nelle atmosfere dense ed inquietanti dell’africa contemporanea…
e

giovedì 27 febbraio 2014

julia kent - tourbillon (2013)

"in casa mia pop e rock erano banditi - e per la verità non ne ho mai sentito la mancanza” così si presenta julia kent, originaria di montreal, ma arrivata a new york nel 1989. i suoi idoli sono tutti compositori classici, igor stavinskij in prima linea. quando poi comincia a studiare il violoncello, nasce l’amore per compositori contemporanei come arthur russell, che usano lo strumento in maniera anticonvenzionale. compone musica per teatro, colonne sonore (ha collaborato, fra l’altro alle musiche di this must be theplace di paolo sorrentino) e si dedica anche con passione ad una carriera solista. ha suonato nei johnsons, band di antony hegarty, che considera la quintessenza dell’artista, l’unica voce in grado di dare una forma alla sua musica astratta. ha collaborato con il william parker double quartet, per un progetto dedicato a jean luc godard.
lo scorso marzo ha pubblicato character, suo terzo album in studio, forse il lavoro più personale, in quanto influenzato soprattutto da uno stato emotivo interiore. l’ispirazione nasce dall’idea che noi tutti siamo personaggi (characters) nella narrazione della nostro vivere quotidiano, anche se non necessariamente abbiamo il controllo di questo racconto.
il disco diventa così l’occasione per parlare in musica delle svolte inaspettate che possono attendere ognuno di noi, lungo il percorso della vita. per rappresentare al meglio queste emozioni, julia si affida ad una musica senza confini ben definiti. i brani si sviluppano per “addizione”, grazie ad un procedimento tecnico vero e proprio, il looping (ovvero la riproduzione ripetuta di campionature musicali). l’elettronica è un elemento importante di questa creazione musicale a strati, tesa sempre a creare suoni che siano complementari o in contrasto con le qualità timbriche del violoncello.
quello che julia offre è un viaggio in cui sperimentazione ed intensità espressiva rimangono in perfetto equilibrio accompagnando chi l’ascolta alla scoperta di una mappa interiore, fatta essenzialmente di percorsi cupi, introversi, ipnotici. un’atmosfera a tratti inquietante, ma decisamente affascinante.
ecco un assaggio della magia che riesce a trasmettere, il brano tourbillon, accompagnato dalle affascinanti immagini del video creato da levin haegele...