mercoledì 6 febbraio 2013

joseph martone and the travelling souls - shine on me (2013)

"anime viaggianti", che siano idee, sonorità o culture, l’importante è il confronto, l’aprirsi, essere disposti ad accogliere tutto quello che non si conosce. è questo il concetto che ispira joseph martone and the travelling souls, appunto. nata nel 2007 dall’incontro di due musicisti italoamericani, joseph martone e tom aiezza, entrambi originari di vitulazio (ce), la band trae ispirazione dall’universo culturale sotterraneo americano ed europeo. il loro sound è influenzato sia dalla tradizione di songwriting che va da bob dylan a tom waits, che dalla sperimentazione in ambito cantautorale propria di artisti come nick drake e tim buckley. una musica contaminata da ogni luogo visitato, che risente di svariate influenze, dal southern rock all'electro blues, alle più moderne espressioni del desert rock ma anche allo swing, nonché al ritmo e al calore della musica del sud italia. 
nel 2012 hanno registrato in analogico, presso gli studi “fish factory” di londra un vinile 7” con la collaborazione del bassista ned crowther e della storica fisarmonica di frank marocco, scomparso poco tempo dopo. nel corso dell’anno hanno proseguito il lavoro tra la california ed eboli (sa) per preparare il loro primo album, che verrà pubblicato in autunno. alle registrazioni hanno preso parte, tra gli altri, stewart cole, mario gravina, stefano costanzo, ron grieco, davide viola, ned crowther, anna su, charles ferris e roberto angelini. ad anticipare l’uscita del disco il video di “shine on me”, brano liberamente tratto da una storia di nick cave (as i sat sadly by her side).
shine on me
walking down,these dark streets
in between a funeral land
now i'm steppin'up to the line
people shouting,children cry
I see dark souls in my eyes
everyone trying to fill the hole
one must stay and one must go
the treasure is here but nobody knows
Shine on me baby
the chelf he speaks,of prophets and god
and of those who come from far away
the crowd gathers,stumbling around
listening closely but meanings not found
seeking choice,minds awaken
a miracle in the place forsaken.
a black bird sings,a song of plenty
a simple melody,a new direction
no more fear,no temptation
break the seal of our imagination
shine on me
waiting for the sun
normal thoughts,taken for granted
i believe in what happened
the night fire,it burns bright
morning comes,our fales in the light
my strenght returns,my mind is free.
No more sittin on my knees
i'll climbthe mountain to the peak
there's a straight line into me.
shine on me baby
waiting for the sun









*grazie a LoZio per il suggerimento

martedì 5 febbraio 2013

meg - promemoria (2012)

promemoria è il nuovo singolo che anticipa l'uscita, prevista entro metà 2013, di bipolare, il nuovo album da solista di meg, ex vocalist dei 99 Posse. il brano rivela tutta la sua passione per la tecnologia in quanto è nato suonando alcune app sul suo ipad anche se la voce è stata poi registrata con un microfono degli anni '50 per darle tutto il calore necessario. quello che colpisce, da subito, è la cura maniacale degli effetti sonori, in cui un'elettronica dolce e sognante, permette alla voce di meg di essere incredibilmente espressiva. 
promemoria è una canzone molto intima, ascoltare il testo è come spiare i pensieri segreti di una persona che sta riflettendo sulla propria vita. per accompagnare parole così private meg ha ricercato un arrangiamento sottocutaneo che lei stessa definisce in questo modo: "volevo fosse come andare sotto pelle, nei tessuti, nelle terminazioni nervose, ascoltare il sangue che comincia a pompare sempre più velocemente". 
voce lasciata in primo piano, quasi nuda, ed anche il video, girato da umberto nicoletti e tutto virato sul color carne, è pensato mettendo in evidenza la pelle, il contatto. l'artista napoletana propone una riflessione su come di solito il dolore e il malessere abbiano tutta la nostra attenzione, mentre sarebbe necessario concentrarci su ciò che abbiamo, sulle persone che amiamo, su ciò che abbiamo conquistato con il nostro coraggio e la nostra ostinazione. 
"promemoria quindi: ricordarsi di quello che si ha e non pensare sempre a ciò che non si ha, in questo momento più che mai. In questa maledetta crisi, siamo portati a pensare alla vita che vorremmo, ai progetti che non abbiamo potuto realizzare, ai desideri irrealizzati, e sprofondiamo in un baratro di depressione. concentrarsi su ciò che abbiamo è il nostro unico tesoro. l'immagine che mi viene in mente è quella di certi animali, che mettono via le provviste per sopravvivere al grande freddo. il video si basa su questo: le mani che accarezzano il mio viso, i fiori... abbiamo voluto pensare in maniera simbolica al piacere, all'amore. al trattarsi bene a al volersi bene." (meg)
promemoria
i tuoi puntini sospensivi 
pesano più di mille mesi 
strofe immobili 
sembrano silenzi 
ma racconti segreti 
ho le vertigini 
sento solo brividi 
se tu mi guardi così 
se tu mi guardi così 
così sì 
così sì 
più forte 
mi batte il cuore se 
penso a quanto bene 
la vita mi ha voluto regalare 
più forte 
mi batte il cuore se 
penso a quanto bene 
la vita mi ha voluto regalare 
te 
Se unisco i nei sulla tua pelle 
ottengo le costellazioni 
i tuoi occhi due universi 
dai raccontami tutti i tuoi segreti 
dammi le vertigini 
sento solo brividi 
se tu mi guardi così 
se tu mi guardi così 
così sì 
così sì 
più forte 
mi batte il cuore se 
penso a quanto bene 
la vita mi ha voluto regalare 
più forte 
mi batte il cuore se 
penso a quanto bene 
la vita mi ha voluto regalare 
te

lunedì 4 febbraio 2013

l'officina della camomilla - un fiore per coltello (2013)

giovanissimi, spensierati com'è naturale esserlo alla loro età, ma non per questo meno attenti alla realtà che li circonda o meno pungenti nel descriverla. si potrebbero riassumere così le peculiarità della band l'officina della camomilla. fenomeni su youtube con centinaia di migliaia di visualizzazioni senza un disco ufficiale, parecchi concerti e altrettanti cambi di formazione. ora il nucleo principale ruota attorno a francesco de leo e a claudio tarantino, a cui si sono aggiunti marco amadio, anna viganò e ilaria baia curioni. domani, 5 febbraio, arriva il loro esordio discografico vero e proprio, che si chiama senontipiacefalostesso uno ed è il primo di due volumi che vedranno la luce nel 2013 per l’etichetta garrincha dischi.
il loro è un pop rock atipico, con testi cinici, surreali ed allucinati, accompagnato da musiche spensierate, in bilico tra poesia e follia. un disco fatto di appunti di vita, riflessioni, ma anche pensieri con protagonisti veri o immaginati. storie inverosimili, buffe, giocose, raccontate dalla voce brilla di francesco de leo, che fa leva sull’attualizzazione dei testi, dei temi quotidiani riempiti di citazioni. tra cinematografia, ricordi vintage, berlino, brancamenta, sale bingo, fiumani, monica vitti, le buffalo, cyndi lauper, milano, ragazze e spiagge...
le immagini del video di un fiore per coltello sono state girate il 7 settembre 2012, nel percorso verso torino e presso il cortile della farmacia, dove si è svolto il festival garrincha loves torino, da uvision.

un fiore per coltello
prendi la macchina e
tirami via da sotto al tavolo
e portami nel cinema più lontano
il finestrino è un film horror
ma nel cruscotto ci sono i giochi del giornale
di profilo sembri monica vitti
con il tuo walkman verde acqua
e un fiore per coltello
e dietro di te
c'è sempre brutto tempo
dietro di te
fa solo brutto tempo
il frigorifero è pieno
di denti di leone
di quadri con le piante
e fette di limone
la voglia di trentino
e la fottuta scomparsa del mio gatto
ma io ascolto
solo musica orrenda
ribalto i poeti
e salto la cena
ma soprattutto 
non ho voglia di vedere nessuno
tu 
con le tue magliette di lupo
parli come un architetto
e un professore di chimica
perchè al posto del cuore
hai una calcolatrice
perchè al posto del cuore
hai il veleno che aveva in gola napoleone
e sei sempre in ritardo come me
per restare davanti al bingo di via washington
con due granite di mela
contiamo tutte le macchine che passano
i film impegnati li lascio a te
io preferisco passare la sera
sui tappeti elastici
mentre canti le battaglie di federico fiumani
quando canti le gesta degli anni novanta
dei tuoi ragazzi alcolizzati
e corri come una disperata 
sotto tutti i portici
e lì inciampi come una disperata
addosso a tutti i camerieri educati
che le tue storie d'amore
hanno la resistenza dei fiori sotto i temporali

domenica 3 febbraio 2013

dimartino + thony @ teatro martinitt, milano. 31.01.2013


raggiungo il teatro martinitt in una serata fredda e nebbiosa che sembra uscita da un romanzo di dickens. sono, invece, alla periferia di milano (che comunque di freddo e nebbia ne sa qualcosa), a due passi dalla tangenziale est, dove, dal 28 al 30 gennaio, la musica dal vivo è protagonista con il sound & comfort winter festival.
l’essenza di questa interessante 3 giorni musicale mi è stata spiegata da teodoro roma, dell'associazione culturale golden stage, che ha curato l'evento: "trovandomi a passare davanti al martinitt, (luogo semisconosciuto, restaurato da poco, già teatro dell’ex orfanotrofio omonimo) mi sono innamorato della suggestione dell'edificio che ho immaginato come location ideale per eventi live. da qui l'idea di una rassegna musicale che, per motivi di budget, è stata ridotta quest'anno a 3 date consecutive, concepite come un vero festival. vista la capienza limitata dei posti a sedere,la nostra ricerca si è indirizzata verso nomi emergenti, che avessero però un minimo comune denominatore: l’indubbia qualità del progetto musicale e la propensione dello stesso ad esprimersi in una dimensione teatrale. per rendere il tutto più accattivante, la scelta è ricaduta sulla formula del double bill: due artisti, due band, ogni sera a dividersi il palco. una soluzione che ha decisamente incontrato il favore del pubblico facendoci ben sperare nella possibilità, anche in un prossimo futuro, di presentare nuovamente un'analoga proposta”.
chi scrive, comodamente seduto nella sua poltroncina rossa, il 30 gennaio si è goduto il terzo ed ultimo appuntamento, che vedeva protagonisti, rispettivamente, dimartino e thony. eccovi, di seguito, il racconto di come ho vissuto la serata.
poco dopo le 21 le luci si spengono, gli artisti raggiungono la loro postazione sul palco. sulle note di venga il tuo regno, un antonio di martino insolitamente barbuto, dà il via alla serata. i suoni sono ben calibrati e i musicisti, abituati a suonare in club di piccole e medie dimensioni, quasi appaiono meravigliati di esibirsi in un palco che offre loro tutto quello spazio. rispetto alle più recenti date milanesi a cui ho partecipato, nella scaletta noto che trova spazio qualche brano in più tratto dal primo album cara maestra abbiamo perso. l’atmosfera è meno rock, quasi si tratti di una forma di rispetto per l’approccio elegante che il teatro suggerisce. antonio di martino si alterna al basso elettrico, strumento che a lui piace moltissimo suonare, e alla chitarra acustica, che diventa protagonista nei momenti più raccolti (maledetto autunno, io non parlo mai, ormai siamo troppo giovani – tutte dal fortunato disco del 2012 sarebbe bello non lasciarsi mai...)
è una formazione essenziale la sua, ma con due grandi virtuosi che la impreziosiscono.  
angelo trabace è spesso in evidenza alle tastiere. penso in proposito a pezzi come la penultima cena, con una parte quasi ballabile (nel presentarla antonio ci raccomanda di “muovere i culi”, anche se siamo seduti) e cara maestra abbiamo perso, che ci viene proposta con un nuovo, bellissimo, arrangiamento “electro”. giusto correnti trasforma la batteria in un’autentica macchina del ritmo, davvero impressionante da osservare ed ascoltare nei momenti più tirati. la carica dei brani di dimartino, forte e diretta, colpisce il pubblico entusiasmandolo. nelle storie di questo giovane artista, raccontate come fossero dei “corti” di cinema, c’è un mondo che, partendo dalla sicilia, per la sua attualità ed intimità, arriva a riscaldare i cuori anche in questa fredda città del nord. 
il set musicale finirebbe con la splendida non siamo gli alberi, ma il calore del pubblico lo convince a tornare sul palco per l’ultima e commovente amore sociale.
si conclude così la prima parte della serata che ci ha offerto tre musicisti in grado, per abilità tecnica e “cuore” di entrare in profonda sintonia con il pubblico in sala. non a caso, mi hanno poi confessato che suonare in queste condizioni (silenzio e massima attenzione da parte dei presenti), anche per loro è stato particolarmente appagante ed emozionante.
la seconda parte dello spettacolo vede in scena federica victoria caiozzo, in arte thony, con l’inseparabile chitarra acustica. la guardo prendere postazione sul palco e, immediatamente, mi torna in mente la fragile ed intensa antonia protagonista recente del film tutti i santi giorni, di paolo virzì, alla quale victoria ha prestato la figura con riconosciuta bravura. la giovane cantautrice di origini siculo-polacche riparte proprio da milano con il suo tour invernale; da subito riesce a creare un’atmosfera piacevole, leggera ed intima, proponendo brani dal suo recente secondo disco birds, parte dei quali inseriti anche nella colonna sonora del lungometraggio di virzì. 

thony, con dolcezza, ci accompagna alla scoperta di un mondo delicato, denso di brani acustici, evocativi, trame sonore indie folk impreziosite dalla presenza di ottimi musicisti. cesare petulicchio (bud spencer blues explosion) alla batteria, livia ferri (anche lei songwriter con un recentissimo album all’attivo) alle chitarre acustiche, matteo d’incà al basso e chitarra elettrica, leonardo milani (che ha già collaborato agli arrangiamenti del disco) al piano. in realtà, a seconda dei brani, gli strumenti sul palco si moltiplicano e le sensazioni che ne scaturiscono sono davvero speciali. la parte più consistente della scaletta è decisamente costituita da pezzi tratti da birds: scorrono uno dopo l’altro time speaks, promises, flowers blossom e home, il cui testo, in origine molto triste, l’autrice ci rivela essere stato variato per l’inserimento nel film.
voce eterea, arrangiamento essenziale piano e chitarra acustica, mentre ascolto “when we find our home again we are, we feel so young“ (quando troviamo di nuovo la via di casa siamo, ci sentiamo così giovani) non posso fare a meno di pensare che, per me, come sicuramente per molti altri, c’è qualcuno di importante che, per un motivo o per l’altro non ritroverà più la via di casa e, gli occhi, quasi quasi, diventano lucidi, così come, mi accorgo, succede anche alla ragazza che mi siede accanto. 
seguono poi paper cup, deliziosa con il suo inizio “ahahah”, che mi ritrovo a canticchiare scandendo il tempo con le mani, dim light, quick steps, tutte assaporate ad occhi socchiusi, per lasciarmi meglio avvolgere dalle delicate melodie. qualche intermezzo acustico ed un paio di cover, tra cui little boxes, storico brano scritto da malvina reynolds e reso famoso da pete seeger, fino ad arrivare all’unica canzone veramente rock del set, sam, che thony presenta ammettendo di aver scritto una “canzone stupida”. in questo caso la chitarra diventa elettrica, la batteria picchia forte, la voce esce con grinta. dopo questo intermezzo si torna di nuovo a sognare con le ormai familiari atmosfere struggenti, arrivando alla chiusura della performance con l’intenso incedere strumentale di blue wolf e la malinconica water.
thony appare visibilmente soddisfatta per l’attenzione e la risposta emotiva che il pubblico le ha riservato, al punto da dichiarare che è un vero lusso, oggi, suonare nei teatri. anche per me il bilancio è decisamente positivo: sicuramente un’esibizione convincente, che ravviva e colora di bellissime sfumature i brani del disco, già di per sé un lavoro di respiro internazionale, elegante e prezioso, tra i più riusciti nel panorama indie folk degli ultimi anni.
sono le 23:30, gli artisti lasciano il palco, il teatro velocemente si svuota. anche io lascio la mia comoda poltroncina rossa: mi aspetta di nuovo la notte milanese gelida e, forse, nebbiosa, ma porto con me una rassicurante consapevolezza: grazie alla musica, ancora una volta, son tornato a “nutrirmi” di emozioni e quindi di vita!

grazie a chiara nicoli per le foto.
articolo pubblicato su mescalina.

Raggiungo il teatro Martinitt in una serata fredda e nebbiosa che sembra uscita da un romanzo di Dickens. Sono, invece, alla periferia di Milano (che comunque di freddo e nebbia ne sa qualcosa), a due passi dalla tangenziale est, dove, dal 28 al 30 gennaio, la musica dal vivo è protagonista con il “Sound & Comfort Winter Festival”.

L’essenza di questa interessante 3 giorni musicale mi è stata spiegata da Teodoro Roma, dell'Associazione culturale Golden Stage, che ha curato l'evento: "Trovandomi a passare davanti al Martinitt, (luogo semisconosciuto, restaurato da poco, già teatro dell’ex orfanotrofio omonimo) mi sono innamorato della suggestione dell'edificio che ho immaginato come location ideale per eventi live. Da qui l'idea di una rassegna musicale che, per motivi di budget, è stata ridotta quest'anno a 3 date consecutive, concepite come un vero festival. Vista la capienza limitata dei posti a sedere,la nostra ricerca si è indirizzata verso nomi emergenti, che avessero però un minimo comune denominatore: l’indubbia qualità del progetto musicale e la propensione dello stesso ad esprimersi in una dimensione teatrale. Per rendere il tutto più accattivante, la scelta è ricaduta sulla formula del double bill: due artisti, due band, ogni sera a dividersi il palco. Una soluzione  che ha decisamente incontrato il favore del pubblico facendoci ben sperare nella possibilità, anche in un prossimo futuro, di presentare nuovamente un'analoga proposta”.

Chi scrive, comodamente seduto nella sua poltroncina rossa, il 30 gennaio si è goduto il  terzo ed  ultimo appuntamento, che vedeva protagonisti, rispettivamente, Dimartino e Thony. Eccovi, di seguito, il  racconto di come ho vissuto la serata.

Poco dopo le 21 le luci si spengono, gli artisti raggiungono la loro postazione sul palco. Sulle note di Venga il tuo regno, un Antonio Di Martino insolitamente barbuto, dà il via alla serata. I suoni sono ben calibrati e i musicisti, abituati a suonare in club di piccole e medie dimensioni, quasi appaiono meravigliati di  esibirsi in un palco che offre loro tutto quello spazio. Rispetto alle più recenti date milanesi a cui ho partecipato, nella scaletta noto che trova spazio qualche brano in più  tratto dal primo album Cara maestra abbiamo perso. L’atmosfera è meno rock, quasi si tratti di una forma di rispetto per l’approccio elegante che il teatro suggerisce. Antonio Dimartino si alterna al basso elettrico, strumento che a lui piace moltissimo suonare, e alla chitarra acustica, che diventa protagonista nei momenti più raccolti (Maledetto autunno, Io non parlo mai, Ormai siamo troppo giovani – tutte dal fortunato disco del 2012 Sarebbe bello non lasciarsi mai….)

E’ una formazione essenziale la sua, ma con due grandi virtuosi che la impreziosiscono.

Angelo Trabace è spesso in evidenza alle tastiere. Penso in proposito a pezzi come La penultima cena, con una parte quasi ballabile (nel presentarla Antonio ci raccomanda di “muovere i culi”, anche se siamo seduti) e Cara maestra abbiamo perso, che ci viene proposta con un nuovo, bellissimo, arrangiamento “electro”. Giusto Correnti trasforma la batteria in un’autentica macchina del ritmo, davvero impressionante da osservare ed ascoltare nei momenti più tirati. La carica dei brani di Dimartino, forte e diretta, colpisce il pubblico entusiasmandolo. Nelle storie di questo giovane artista, raccontate come fossero dei “corti” di cinema, c’è un mondo che, partendo dalla Sicilia, per la sua attualità ed intimità, arriva a riscaldare i cuori anche in questa fredda città del nord. Il set  musicale finirebbe con la splendida Non siamo gli alberi, ma il calore del pubblico lo convince a tornare sul palco per l’ultima e commovente Amore sociale.

Si conclude così la prima parte della serata  che ci ha offerto tre musicisti in grado, per abilità tecnica e “cuore” di entrare in profonda sintonia con il pubblico in sala. Non a caso, mi hanno poi confessato che suonare in queste condizioni (silenzio e massima attenzione da parte dei presenti), anche per loro è stato particolarmente appagante ed emozionante.

La seconda parte dello spettacolo vede in scena Federica Victoria Caiozzo, in arte Thony, con l’inseparabile chitarra acustica. La guardo prendere postazione sul palco e, immediatamente, mi torna in mente  la fragile ed intensa Antonia protagonista recente del film “Tutti i santi giorni”, di Paolo Virzì, alla quale Victoria ha prestato la figura con riconosciuta bravura. La giovane cantautrice di origini siculo-polacche riparte proprio da Milano con il suo tour invernale;  da subito  riesce a creare un’atmosfera  piacevole, leggera ed intima, proponendo brani dal suo recente secondo disco Birds, parte dei quali inseriti anche nella colonna sonora del lungometraggio di Virzì.

 Thony, con dolcezza, ci accompagna alla scoperta di un mondo delicato, denso di brani acustici, evocativi, trame sonore indie folk impreziosite dalla presenza di ottimi musicisti. Cesare Petulicchio (Bud Spencer Blues Explosion) alla batteria, Livia Ferri (anche lei songwriter con un recentissimo album all’attivo) alle chitarre acustiche, Matteo D’incà al basso e chitarra elettrica, Leonardo Milani (che ha già collaborato agli arrangiamenti del disco) al piano. In realtà, a seconda dei brani, gli strumenti sul palco si moltiplicano e le sensazioni che ne scaturiscono sono davvero speciali. La parte più consistente  della scaletta è decisamente costituita da pezzi tratti da Birds: scorrono uno dopo l’altro Time Speaks, Promises, Flowers Blossom e Home, il cui testo, in origine molto triste, l’autrice ci rivela essere stato variato per l’inserimento nel film.

Voce eterea, arrangiamento essenziale piano e chitarra acustica, mentre ascolto “when we find our home again we are, we feel so young “ (quando troviamo di nuovo la via di casa siamo, ci sentiamo così giovani) non posso fare a meno di pensare che, per me, come sicuramente per molti altri, c’è qualcuno di importante che, per un motivo o per l’altro non ritroverà più la via di casa e, gli occhi, quasi quasi, diventano lucidi, così come, mi accorgo, succede anche alla ragazza che mi siede accanto.

Seguono poi Paper Cup, deliziosa con il suo inizio “ahahah”, che mi ritrovo a canticchiare scandendo il tempo con le mani, Dim Light, Quick Steps, tutte assaporate ad occhi socchiusi, per lasciarmi meglio avvolgere dalle delicate melodie. Qualche intermezzo acustico ed un paio di cover, tra cui Little Boxes, storico brano scritto da Malvina Reynolds e reso famoso da Pete Seeger, fino ad arrivare all’unica canzone veramente rock del set, Sam, che Thony presenta ammettendo di aver scritto una “canzone stupida”. In questo caso la chitarra diventa elettrica, la batteria picchia forte, la voce esce con grinta. Dopo questo intermezzo si torna di nuovo a sognare con le ormai familiari atmosfere struggenti, arrivando alla chiusura della performance con l’intenso incedere strumentale di Blue Wolf e la malinconica Water.

Thony appare visibilmente soddisfatta per l’attenzione e la  risposta  emotiva che il pubblico le ha riservato, al punto da dichiarare che è un vero lusso, oggi, suonare nei teatri. Anche per me il bilancio è decisamente positivo: sicuramente un’esibizione convincente, che ravviva e colora di bellissime sfumature i brani del disco, già di per sé un lavoro di respiro internazionale, elegante e prezioso, tra i più riusciti nel panorama indie folk degli ultimi anni.

Sono le 23:30, gli artisti lasciano il palco, il teatro velocemente si svuota. Anche io lascio la mia comoda poltroncina rossa: mi aspetta di nuovo la notte milanese gelida e, forse, nebbiosa, ma porto con me una rassicurante consapevolezza: grazie alla musica, ancora una volta, son tornato a “nutrirmi” di emozioni e quindi di vita!
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Raggiungo il teatro Martinitt in una serata fredda e nebbiosa che sembra uscita da un romanzo di Dickens. Sono, invece, alla periferia di Milano (che comunque di freddo e nebbia ne sa qualcosa), a due passi dalla tangenziale est, dove, dal 28 al 30 gennaio, la musica dal vivo è protagonista con il “Sound & Comfort Winter Festival”.

L’essenza di questa interessante 3 giorni musicale mi è stata spiegata da Teodoro Roma, dell'Associazione culturale Golden Stage, che ha curato l'evento: "Trovandomi a passare davanti al Martinitt, (luogo semisconosciuto, restaurato da poco, già teatro dell’ex orfanotrofio omonimo) mi sono innamorato della suggestione dell'edificio che ho immaginato come location ideale per eventi live. Da qui l'idea di una rassegna musicale che, per motivi di budget, è stata ridotta quest'anno a 3 date consecutive, concepite come un vero festival. Vista la capienza limitata dei posti a sedere,la nostra ricerca si è indirizzata verso nomi emergenti, che avessero però un minimo comune denominatore: l’indubbia qualità del progetto musicale e la propensione dello stesso ad esprimersi in una dimensione teatrale. Per rendere il tutto più accattivante, la scelta è ricaduta sulla formula del double bill: due artisti, due band, ogni sera a dividersi il palco. Una soluzione  che ha decisamente incontrato il favore del pubblico facendoci ben sperare nella possibilità, anche in un prossimo futuro, di presentare nuovamente un'analoga proposta”.

Chi scrive, comodamente seduto nella sua poltroncina rossa, il 30 gennaio si è goduto il  terzo ed  ultimo appuntamento, che vedeva protagonisti, rispettivamente, Dimartino e Thony. Eccovi, di seguito, il  racconto di come ho vissuto la serata.

Poco dopo le 21 le luci si spengono, gli artisti raggiungono la loro postazione sul palco. Sulle note di Venga il tuo regno, un Antonio Di Martino insolitamente barbuto, dà il via alla serata. I suoni sono ben calibrati e i musicisti, abituati a suonare in club di piccole e medie dimensioni, quasi appaiono meravigliati di  esibirsi in un palco che offre loro tutto quello spazio. Rispetto alle più recenti date milanesi a cui ho partecipato, nella scaletta noto che trova spazio qualche brano in più  tratto dal primo album Cara maestra abbiamo perso. L’atmosfera è meno rock, quasi si tratti di una forma di rispetto per l’approccio elegante che il teatro suggerisce. Antonio Dimartino si alterna al basso elettrico, strumento che a lui piace moltissimo suonare, e alla chitarra acustica, che diventa protagonista nei momenti più raccolti (Maledetto autunno, Io non parlo mai, Ormai siamo troppo giovani – tutte dal fortunato disco del 2012 Sarebbe bello non lasciarsi mai….)

E’ una formazione essenziale la sua, ma con due grandi virtuosi che la impreziosiscono.

Angelo Trabace è spesso in evidenza alle tastiere. Penso in proposito a pezzi come La penultima cena, con una parte quasi ballabile (nel presentarla Antonio ci raccomanda di “muovere i culi”, anche se siamo seduti) e Cara maestra abbiamo perso, che ci viene proposta con un nuovo, bellissimo, arrangiamento “electro”. Giusto Correnti trasforma la batteria in un’autentica macchina del ritmo, davvero impressionante da osservare ed ascoltare nei momenti più tirati. La carica dei brani di Dimartino, forte e diretta, colpisce il pubblico entusiasmandolo. Nelle storie di questo giovane artista, raccontate come fossero dei “corti” di cinema, c’è un mondo che, partendo dalla Sicilia, per la sua attualità ed intimità, arriva a riscaldare i cuori anche in questa fredda città del nord. Il set  musicale finirebbe con la splendida Non siamo gli alberi, ma il calore del pubblico lo convince a tornare sul palco per l’ultima e commovente Amore sociale.

Si conclude così la prima parte della serata  che ci ha offerto tre musicisti in grado, per abilità tecnica e “cuore” di entrare in profonda sintonia con il pubblico in sala. Non a caso, mi hanno poi confessato che suonare in queste condizioni (silenzio e massima attenzione da parte dei presenti), anche per loro è stato particolarmente appagante ed emozionante.

La seconda parte dello spettacolo vede in scena Federica Victoria Caiozzo, in arte Thony, con l’inseparabile chitarra acustica. La guardo prendere postazione sul palco e, immediatamente, mi torna in mente  la fragile ed intensa Antonia protagonista recente del film “Tutti i santi giorni”, di Paolo Virzì, alla quale Victoria ha prestato la figura con riconosciuta bravura. La giovane cantautrice di origini siculo-polacche riparte proprio da Milano con il suo tour invernale;  da subito  riesce a creare un’atmosfera  piacevole, leggera ed intima, proponendo brani dal suo recente secondo disco Birds, parte dei quali inseriti anche nella colonna sonora del lungometraggio di Virzì.

 Thony, con dolcezza, ci accompagna alla scoperta di un mondo delicato, denso di brani acustici, evocativi, trame sonore indie folk impreziosite dalla presenza di ottimi musicisti. Cesare Petulicchio (Bud Spencer Blues Explosion) alla batteria, Livia Ferri (anche lei songwriter con un recentissimo album all’attivo) alle chitarre acustiche, Matteo D’incà al basso e chitarra elettrica, Leonardo Milani (che ha già collaborato agli arrangiamenti del disco) al piano. In realtà, a seconda dei brani, gli strumenti sul palco si moltiplicano e le sensazioni che ne scaturiscono sono davvero speciali. La parte più consistente  della scaletta è decisamente costituita da pezzi tratti da Birds: scorrono uno dopo l’altro Time Speaks, Promises, Flowers Blossom e Home, il cui testo, in origine molto triste, l’autrice ci rivela essere stato variato per l’inserimento nel film.

Voce eterea, arrangiamento essenziale piano e chitarra acustica, mentre ascolto “when we find our home again we are, we feel so young “ (quando troviamo di nuovo la via di casa siamo, ci sentiamo così giovani) non posso fare a meno di pensare che, per me, come sicuramente per molti altri, c’è qualcuno di importante che, per un motivo o per l’altro non ritroverà più la via di casa e, gli occhi, quasi quasi, diventano lucidi, così come, mi accorgo, succede anche alla ragazza che mi siede accanto.

Seguono poi Paper Cup, deliziosa con il suo inizio “ahahah”, che mi ritrovo a canticchiare scandendo il tempo con le mani, Dim Light, Quick Steps, tutte assaporate ad occhi socchiusi, per lasciarmi meglio avvolgere dalle delicate melodie. Qualche intermezzo acustico ed un paio di cover, tra cui Little Boxes, storico brano scritto da Malvina Reynolds e reso famoso da Pete Seeger, fino ad arrivare all’unica canzone veramente rock del set, Sam, che Thony presenta ammettendo di aver scritto una “canzone stupida”. In questo caso la chitarra diventa elettrica, la batteria picchia forte, la voce esce con grinta. Dopo questo intermezzo si torna di nuovo a sognare con le ormai familiari atmosfere struggenti, arrivando alla chiusura della performance con l’intenso incedere strumentale di Blue Wolf e la malinconica Water.

Thony appare visibilmente soddisfatta per l’attenzione e la  risposta  emotiva che il pubblico le ha riservato, al punto da dichiarare che è un vero lusso, oggi, suonare nei teatri. Anche per me il bilancio è decisamente positivo: sicuramente un’esibizione convincente, che ravviva e colora di bellissime sfumature i brani del disco, già di per sé un lavoro di respiro internazionale, elegante e prezioso, tra i più riusciti nel panorama indie folk degli ultimi anni.

Sono le 23:30, gli artisti lasciano il palco, il teatro velocemente si svuota. Anche io lascio la mia comoda poltroncina rossa: mi aspetta di nuovo la notte milanese gelida e, forse, nebbiosa, ma porto con me una rassicurante consapevolezza: grazie alla musica, ancora una volta, son tornato a “nutrirmi” di emozioni e quindi di vita!
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sabato 2 febbraio 2013

ministri - comunque (2013)


tornano i ministri con il loro rock granitico e allo stesso tempo melodico. “comunque” è il nuovo singolo che anticipa “per un passato migliore“, il quarto album del trio milanese in uscita ìl 12 marzo.
“il brano parla della volontà di continuare a provarci, a dare il meglio” – hanno spiegato alla stampa – “anche quando veniamo messi di fronte alla sostanziale inutilità della maggior parte dei meccanismi delle nostre esistenze”. i ministri si sono avvalsi della collaborazione di sterven jonger anche per questo video, che è stato realizzato con quattro camcorder VHS amatoriali anni ’90. gli unici effetti usati sono interni alle camere stesse: negativo, acquerello, pixel, seppia, realizzando immagini rumorose, sfocate, sporche e distorte. la regia è di marco proserpio e jacopo farina. sterven jonger è stato in giro con loro e insieme si sono divertiti parecchio con esplosioni e roghi. del resto, come dice sterven “quando filmi grandi esplosioni, assicurati che la camera non costi troppo.“




comunque
che bella la tua nuova casa
che bella la tua nuova banca
ti prestano la penna e poi
poi non te la chiedon più 
che belli i tuoi nuovi orari
ti chiedi come fanno i panettieri
che escon di casa prima dei giornali
i giornali che non leggi più
perchè hai trovato un modo per sfondare
e per non leggere neanche in digitale
che belli i tuoi progetti il tuo sudore
la tua fiducia cieca nel lavora che ci mobilita e che ci distrae
che ti conviene fare in fretta sai a sistemarsi prima che il mattone ritorni forte peccato che 
la tua casa non vale niente
il tuo orologio non vale niente
il tuo vestito non vale niente
questa chitarra non vale niente
il tuo contratto non vale niente
la tua esperienza non vale niente
il tuo voto non vale niente
tanto vale provarci comunque 
che bello avere un’idea forte e rincorrerla fino alla morte
e aver paura che cominci il giorno e che la luce ti cancelli il sogno
che bello che era averti attorno come aver trovato un posto al mondo
dove alla fine fare ritorno quando non ce un posto dove andare
e dai alla colpa a tutti anche a te stesso come se fossi il primo a galleggiare
ma non ce nulla che io possa fare se non svegliarmi e ripetere che 
la mia casa non vale niente
il mio orologio non vale niente
il mio vestito non vale niente
la mia chitarra non vale niente
il mio contratto non vale niente
la mia esperienza non vale niente
il mio voto non vale niente
tanto vale provarci comunque 
la mia casa non vale niente
il mio contratto non vale niente
tanto vale provarci comunque
la mia chitarra non vale niente
la mia esperienza non vale niente
tanto vale provarci comunque 
tanto vale provarci comunque