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mercoledì 8 ottobre 2014

pierpaolo capovilla - come ti vorrei (2014)

obtorto collo, pubblicato nel maggio di quest’anno, è la prima esperienza da solista del cantautore e bassista pierpaolo capovilla, che si è preso così una pausa temporanea da il teatro degli orrori, band da lui fondata nel 2005.
si tratta di un progetto elettro-acustico in cui si intrecciano le esperienze di reading teatrali e quelle musicali, nella convinzione che per un artista sia fondamentale non fossilizzarsi su cliché prestabiliti.
un album molto autobiografico in cui capovilla attraverso la sua sensibilità, i suoi sentimenti, racconta i tumulti interiori che nascono dal confrontarsi con ciò che accade intorno a lui.
undici tracce in cui il filo conduttore è l’amore inteso come rapporto sociale. da qui l’approccio a temi come la xenofobia, il razzismo, l’individualismo, il femminicidio e il desiderio di raggiungere un pubblico anche di “diversamente giovani”, esattamente come capovilla stesso. 

come ti vorrei, è il secondo singolo estratto, di cui chiara feriani ha ideato e diretto il relativo videoclip. “ti ho scritto una lettera e l’ho buttata via, come ti vorrei…" parole scarne che, affidate alla carica emotiva di un cantato-parlato d’indole prettamente teatrale, trasmettono fin dal primo ascolto l’intensità estrema di un desiderio amoroso contraddittorio. nel clip, accompagnato da suoni elettrici e distorti un uomo, (lo stesso capovilla) immerso in una cupa e notturna atmosfera metropolitana, sembra perdersi nel perenne moto circolare di un tallonamento in macchina. il suo sguardo vitreo, le labbra a tratti serrate o leggermente ricurve in un accenno di sorriso fra il beffardo e il diabolico, catturano chi si mette in ascolto, coinvolgendolo in quest’ossessiva ricerca. l’esito finale, del tutto inaspettato, arriverà a sciogliere una tensione quasi insopportabile ma ipnotica, per il suo incedere progressivo e incalzante… 
come ti vorrei

ti ho scritto una lettera
e l'ho buttata via
come ti vorrei
scende la sera
e il cielo imbarazzato
arrossisce di vergogna
come ti vorrei
guardo dentro me
e vedo solo te
mi basta un tuo sorriso
uno soltanto
per sentirmi bene
per mesi... mesi
in quel sorriso
c'è tutta la bellezza del mondo
anche di più
ti ho scritto una lettera
e l'ho buttata via
come ti vorrei
per il momento
quando mi sento solo
io mi accontento
di confidare il tuo nome
alle pareti, a voce alta
come se fossi qui
nei risvegli dell'estate
nelle sere tristi d'autunno
negli inverni del cuore
nelle primavere
così lontane, così vicine che...
non è mai abbastanza
come ti vorrei
mi basta un tuo sorriso
uno soltanto
per sentirmi bene
per mesi... mesi
in quel sorriso
c'è tutta la bellezza del mondo
anche di più
come ti vorrei
ma per quanto io cerchi
fra milioni di parole
vorrei dirti cose
così semplici che...
che quasi sempre
preferisco stare zitto




grazie ad a.ermacora per la foto 
e ad ellebi per il grande aiuto

lunedì 1 settembre 2014

Momo Said - con l'Africa nel cuore

Momo, negli ambienti domestici marocchini, è un nomignolo dato ai bambini. Ed è proprio questo desiderio di vivere in leggerezza, coltivando lo spirito tipico dell’infanzia, che ha spinto il cantautore Moussamih Mohamed Said a scegliere di utilizzarlo come nome d’arte. Nato a Casablanca nel 1982 da emigranti marocchini ma cresciuto nelle Marche, in provincia di Ancona, Momo è entrato in contatto con la musica fin da piccolissimo. 
Ho avuto l’occasione di ascoltare il suo disco d’esordio, Spirit, pubblicato lo scorso anno. Composto da 11 brani tutti suonati in acustico, mi ha idealmente condotto in un viaggio musicale che, partendo dall’Africa, incontra e contamina fra loro generi diversi come il soul, il reggae, il funk ed il folk. E’ nato così il desiderio di approfondire alcuni aspetti della sua vita e del suo universo sonoro. Nell'attesa di incontrarlo e di ascoltare dal vivo la sua musica, gli ho chiesto di scrivermi raccontandomi un po’ di sé. 
“Il primo approccio incondizionato con la musica l’ho vissuto con la celebrazione delle feste in famiglia, condividendo la bellezza di gesti semplici, come il battito di mani alla marocchina (che è tutta un’altra cosa, non è un applauso alla europea). Ho conosciuto vari strumenti a percussione e la viola, ho ascoltato vagonate di dischi e cassette che potevo trovare nel negozio di mio padre. Da lì ho sentito l’innato desiderio e piacere di emettere ed imitare tutti i suoni che udivo - e parlo di quando avevo solo 6 anni”.
Successivamente è arrivato il determinante incontro con il canto, partecipando, durante gli anni dell’oratorio, alla corale della chiesa di S. Maria di piazza, ad Ostra Vetere (AN) e la decisione di prendere lezioni di solfeggio, seguita da una crescente attenzione per la percussione negli strumenti della tradizione. L’ascolto delle voci femminili di tutto il mondo che poteva conoscere allora, spaziando fra generi e stili quali il R&B, il Blues, il Soul, il Jazz e il Funk, ha portato Momo, a 18 anni, all’acquisto della sua prima chitarra che, indossata a mo’ di zaino, lo ha accompagnato ovunque, fino al giorno in cui, dopo una rovinosa caduta, gli ha salvato la vita. 
“E’ proprio vero, povera la mia Carmen. Una scena anche a dir poco imbarazzante davanti al bar 45 di Cesena e chi c’era se lo ricorda bene. Ha salvato la mia schiena dallo spigolo del marciapiede che, cadendo dallo skate, avrebbe inevitabilmente incontrato le mie lombari… Meglio così, Carmen mi ha salvato ed è ancora con me.” 
Proprio con questo strumento, portando la sua terra d’origine nel cuore e prendendola a riferimento, divenendo così un faro che illumina la sua via per il mondo, Momo ha iniziato a comporre le prime canzoni. 
“La mia terra d’origine è tutto, e quando dico tutto non lo dico per scherzo. Sono costantemente legato ad un filo che alimenta ogni mio pensiero, desiderio, paura, volontà, bellezza d’essere, tormento e agonia dell’anima, esaltazione di ogni più viscerale felicità; Il solo sapere che esistono certi profumi e colori, le persone e il loro magnifico modo d’essere, mi da forza, energia mentale e fisica”. 
Momo è poliglotta e, pur avendo scelto essenzialmente la lingua inglese per esprimersi, ha scritto molte composizioni anche in italiano, in francese, arabo e spagnolo. Il suo primo singolo, prodotto da Tam Tam Studio Recordings è stato proprio un brano cantato in italiano, Campi di Grano, con cui si è presentato a Sanremo nel 2010. Al suo percorso fra parole e musica appartengono argomenti di rilevante impatto socio-culturale quali il razzismo e le seconde generazioni. 
“Non sono io in particolare ad aver focalizzato l’attenzione su questi temi, piuttosto le persone che mi hanno incontrato hanno avuto la curiosità di approfondire con me queste argomentazioni. Sono un ragazzo a cui piace informarsi, documentarsi. È facile incappare in cantonate mostruose, quindi la mia attenzione è incentrata sull’amore per la vita, la meditazione, la conoscenza e la condivisone del sapere umano, il silenzio.” 
In “Spirit” Momo ha utilizzato numerosi strumenti per arrivare a trasmettere tutti i dettagli del suo mondo sonoro. 
“Non si parte a priori, con la scelta di un suono o di uno strumento. In realtà è l’ascolto che permette di tracciare percorsi psico-auditivi. Lasciarsi andare al silenzio per ascoltare veramente è come tentare di abbandonare le proprie paure di fronte a un nuovo amore. È così che scopro i suoni, imparo a conoscerli e come un sarto, tento di vestire un essere che è docile quanto feroce, con i tessuti di un’anima che appartiene a tutti.”
Father’s Love, secondo singolo estratto dal suo album d’esordio, è un brano che, attraverso numerose radio italiane, sta riscuotendo un discreto successo.
“Il video è nato sviluppando un’idea di Ray. Ci è piaciuta moltissimo da subito ed abbiamo iniziato a collaborare con Doktor Zoil per produrre in breve tempo un soggetto che parlasse di uno degli aspetti che ci toccano più da vicino, quello dei sentimenti, della passione, della famiglia, affrontandolo in maniera leggera, quasi ironica.”
Guardando e ascoltando il clip mi è arrivato fino in fondo un contagioso senso di gioiosa libertà. Fin dalle prime note, scandite da un delizioso ukulele, mi sono ritrovato, con un sorriso, a condividere il cammino di due simpaticissime infradito che, inarrestabili, tornano ad una vita più vera, a contatto con la natura con le sensazioni più autentiche.
FATHER'S LOVE 
FATHER'S LOVE 
HAS WISDOM & PAIN 
PLAY HARD AS HARD 
BECOMES THE GAME 
SEVERAL TIMES 
MORE THAN WORDS ME GAVE 
GROWN ME STRONG 
SO I CAN'T BE AFRAID 
HOW MANY TIMES 
YOU FOUND YOURSELF 
ALONE GIDEON SOLDIER 
WRONG LESS 
SO FORWARD 
THERE'S NOTHING 
I SUPPOSE OR 
I EXPECT 
TIME HAD BEEN 
CRUMBLEING AWAY 
SPARKLING FI BLAZE 
SAY ME NOW FOR DRYING TEARS 
DROPPING ALL THE WAYS 
PEOPLE JUST TO FIND IF IS SO 
WHANT YOU TRUST TO ME OR NOT 
WHEN I TALK ABOUT THIS 
FATHER'S LOVE 
HAS WISDOM & PAIN 
PLAY HARD AS HARD 
BECOMES THE GAME 
SEVERAL TIMES 
MORE THAN WORDS ME GAVE 
GROWN ME STRONG 
SO I CAN'T BE AFRAID 
FROM ABOVE LOVE IS TELLING 
NOW ME FEATURING THE LONE 
PEOPLE JUST KEEP TALKING ABOUT SOMETHING 
THEY DON'T REALLY KNOW 
FARY MOM WHANT ME TO COME BACK 
NOW ME ROUTING ON FOR LUCK 
SO DOES THIS FEELING 
GOT NO TRUTHNESS 
AND I KNOW THERE'S MUCH TO MARCH 
ZION'S TELL YA 
WANTING ALL FI ROLE YA 
NOTHING BUT MATERIAL 
COMING JUST TO USE YA AGAIN 
PEOPLE COMING UP TO HELP YA 
NO ONE WHANT TO LET YOU FALL 
COME TO TRUST YA 
IF EVER WHEN FIRE 
COMES AND LONG ME BLAZE 
I WHANT UP FI RAISE 
I WANT TO GET A WORD LIKE THIS 
SET ME FREE 
GOT ANOTHER WORLD 
TO LIVE ANOTHER DAY 
FATHER'S LOVE 
HAS WISDOM & PAIN 
PLAY HARD AS HARD 
BECOMES THE GAME 
SEVERAL TIMES 
MORE THAN WORDS ME GAVE 
GROWN ME STRONG SO I CAN'T BE AFRAID 

words and music by M. Moussamih
©2013 Giurrado snc music publishings

Le foto sono di Corrado Magalotti.
Grazie a Momo e Corrado per la disponibilità.
Ad ElleBi per il prezioso aiuto.

giovedì 24 aprile 2014

giuliano vozella - more to say (2014)

giuliano vozella è un giovane chitarrista e compositore barese. il suo percorso solista, iniziato nel 2011, si ispira al cantautorato americano, del quale ha “assorbito” le matrici folk blues. nel 2012 ha pubblicato notes through the years, primo album a cui è seguita un’intensa attività live, alternata a collaborazioni con artisti emergenti del suo territorio. nel dicembre 2013 si è laureato “con lode” in chitarra jazz presentando un progetto di tesi multimediale in forma di cortometraggio intitolato the journey, di cui è scrittore, regista, operatore video, compositore e unico musicista dell’intera colonna sonora. è appena uscito il suo secondo disco ordinary miles: dieci brani composti, scritti e arrangiati in lingua inglese da giuliano con i quali il suo percorso musicale si amplia, assumendo nel contempo contorni più definiti.
la formazione, variabile, di base prevede un trio così composto: giuliano - chitarra e voce, alessandro grasso - basso/contrabbasso, michele ciccimarra - batteria. ad arricchire il tutto archi, fiati, strumenti a percussione, pianoforte e hammond. si tratta di un disco che, come indica già il titolo, fa riferimento ad un “viaggio”, un percorso personale che ognuno di noi dovrebbe cercare costantemente di realizzare, al di la degli inevitabili ostacoli che il “cammino incerto della vita” spesso frapporre fra noi e i nostri obiettivi. more to say è il primo singolo estratto dal nuovo lavoro. la voce, ricca di sfumature e cambi di tono assolutamente naturali, rivela da subito un’innegabile attitudine ad accompagnare “oltre oceano” chi l’ascolta. guardando il video è poi un autentico piacere per gli occhi, ma ancor di più per il cuore, cogliere il sorriso radioso con cui giuliano diventa tutt’uno con la sua chitarra, che appare davvero come un‘esternazione di tutte le sfumature della sua anima…
 
more to say
emotions, happiness, and satisfaction
but oh so many disappointments and sadness.
yeah, i still have more to say
i'm only 21
and perhaps they're all words that you won't hear
but i want to tell you too
emotions, happiness, and satisfaction
but oh so many disappointments and sadness.
it takes so much strength to go on, and many times
at the end of the games played in this field
there are neither winners nor losers
but only a question remains:
am i doing the right thing?
you go on to struggle
and still talk about these notes that affect you,
and you don't tire...
you don't understand where the matter finishes,
but actually it has no end.




*foto di toshiro kureiji
** grazie a ellebi per il prezioso aiuto

martedì 4 marzo 2014

pipers - juliet grove (2014)

i pipers (letteralmente suonatori di strumenti a fiato) sono una band che nasce a napoli nel 2007, da un progetto del cantante e compositore stefano de stefano. il nome del gruppo è stato ispirato dal protagonista della favola del pifferaio magico (dei fratelli grimm), che con la magia delle sue note, riusciva a farsi seguire dai topolini liberando così la città di hamelin. 
la scelta della lingua inglese, così come il gusto decisamente internazionale, li ha portati a suonare diverse volte nel regno unito, riuscendo a fare “da spalla” a gruppi quali turin brakes, the charlatans, ocean colour scene, ma anche starsailor e l’ex stone roses ian brown. durante il percorso la formazione è cambiata parecchio, il background si è ampliato, spaziando dal british, al folk, fino al cantautorato americano. 
dopo il primo disco no one but us, uscito nel 2010, il trio, per il secondo lavoro, ha scelto gli studi the magic garden di wolverhampton in inghilterra ed il produttore gavin monaghan (già al lavoro con editors, paolo nutini, robert plant e numerosi altri). l'album è stato registrato in soli dodici giorni, ma è passato un anno e mezzo (arrivando a gennaio 2014) per la pubblicazione. un disco, juliet grove (dal nome della strada in cui la band soggiornava durante le registrazioni), in cui c’è una fortissima componente di determinazione, voglia di reagire e “farcela” a di là delle difficoltà da affrontare per un gruppo emergente, correlate all’attuale situazione del mercato discografico. sono nate così dieci canzoni, di cui alcune in verità scritte anni fa, che stefano riassume così: “oneste e sincere, stronze quando bisogna esserlo, serie per gran parte del resto, con musica pestata sulle corde e accarezzata sui tasti, cantate da fare entrare dentro nei momenti di scazzo, malinconia o riflessione“.
juliet grove è un album che si ascolta molto volentieri, sospeso tra il pop e il folk, rivela un gusto tipicamente british caratterizzato da melodie leggere di chitarre ed armonica, piacevoli inserti di piano e una batteria energica al punto giusto. proponendo musiche raffinate ed arrangiamenti particolarmente curati, i pipers ci accompagnano in un viaggio emozionale in cui s'incontrano tutte le sfumature dei sentimenti. in ascolto, socchiudendo gli occhi, possiamo ritrovarci nel bel mezzo di una pioggerellina primaverile, "abbandonati" da qualche parte, nelle midlands inglesi.
il lavoro è stato anticipato dal singolo ask me for a cigarette, brano che prende spunto da un episodio accaduto realmente. la ballata, sorretta da una melodia dolce, malinconica e struggente, con delicata intensità racconta come l’appuntamento con l’amore di una vita possa arrivare in un momento apparentemente banale, come quello, appunto, in cui si chiede una sigaretta. il video, realizzato da giacomo triglia, è arrivato in finale al pivi (premio italiano video indipendente) 2012 nella categoria miglior montaggio e si è anche aggiudicato la vetrina sul sito del noto magazine inglese nme.
ask me for a cigarette 
ask me for a cigarette 
i love you without knowing you 
but I do because that’s the way it goes 
ask me for a cigarette 
and trust me from the very start 
for all the rest just look into my eyes 
ask me how i used to feel 
who i really want to be 
help me reassemble all the parts 
for now you have a cigarette 
you can stay here with me if you want 
there’s no need to say anything at all 
oh, tell me you’re much more than 
anything i’ve ever had 
anything i've ever felt 
anything i wish i had 
ask me for a cigarette my love 
ask me for a cigarette my love 
oh, tell me you’re much more than 
anything i’ve ever had 
anything i've ever felt 
anything i wished i had
ask me for a cigarette my love 
ask me for a cigarette my love 
ask me for a cigarette 
i know it’s a damage for your health 
but would you say that life is always good? 
ask me for a cigarette, 
a reason to get close to me 
for all the rest just look into my eyes
nato come una lenta ballata piano e voce, safe, in pre-produzione ha acquistato più dinamicità, trasformandosi in un valzer energico, divenendo anche il brano preferito di gavin monaghan. un mix davvero ben riuscito di dolcezza ed energia, scandite in particolare da batteria, armonica e mandolino, fa da sfondo al racconto di una storia che vede protagonista la lucida, struggente consapevolezza del “senso di fine“ che si avverte quando si sta perdendo qualcuno di importante. un po' come sentirsi di appartenere ancora allo stesso fiume ma, divisi, vedersi scorrere su differenti rive...
il video è stato registrato dal vivo allo studio starlight di napoli da foley vision (diretto da giò scarberg)
safe
the marks on your face
they draw a perfect grace
but don’t know how long
i can admire them
we’re not sure about the steps
we need to take next
but surely i will stay here
and give you my help
oh i know how far you’ve gone
a new faith will grow
as the world is coming down
but you’re here on the other side 
everything thru different eyes 
oh i know how far you’ve gone 
a new faith will grow 
as the world is coming down 
but you’re here on the other side
everything thru different eyes my dear
all i want is that you don’t feel alone
that’s not your place
i’ll keep you safe my dear
i pipers sono:
stefano de stefano voce chitarra piano armonica
stefano "stoo" bruno basso mandolino voci
marco magnacca batteria voci
pedro coviello basso voci


*foto live di chiara amendola
**grazie a ellebi per il prezioso aiuto!

mercoledì 26 febbraio 2014

barzin - to live alone in that long summer (2014)

barzin hosseini è un cantautore canadese di origini iraniane. da ragazzino, il primo strumento che ha posseduto è stata un'armonica. dopo di che, desideroso di formare una band con gli amici, si offre di suonare la batteria, visto che nessun altro vuole farlo. il suo progetto solista inizia nel 1995, quando individua nella chitarra le caratteristiche giuste per esprimere la sua sensibilità musicale. non esiste, tuttavia, uno strumento che lo possa definire in maniera esclusiva. la chitarra, la batteria ed anche il pianoforte, rimangono un mezzo per raggiungere il fine più importante, quello di scrivere canzoni.
il suo disco di debutto omonimo, composto intorno al 2000, viene pubblicato nel 2003. due sono i tratti che fin dall’inizio caratterizzano barzin, riconducendolo chiaramente alle sue origini iraniane: un tono decisamente malinconico, per certi aspetti anche tragico, e l’amore profondo per la poesia. le sue canzoni lente e struggenti esplorano il lato tranquillo del pop, in un percorso che, pur rimanendo personale, negli anni si avvale del contributo di diversi collaboratori che via via lo affiancano. fra questi spiccano, per rilevanza: mike findlay, suzanne hancock (voce femminile spesso impegnata in funzione di controcanto), sandro perri e tony dekker dei great lake swimmers. grazie all’apporto di questi musicisti il suono della sua musica si è via via colorato di nuove sfumature, pur rimanendo fedele all'estetica di tranquillità e minimalismo. le trame ambient hanno arricchito il cantautorato intimista con contaminazioni che virano fino ad un post-rock soffuso e malinconico. le melodie che si sono mantenute volutamente limpide e semplici, conducono in un'innocente, quasi stupita osservazione del mondo, prima interiore e poi esteriore. si è creato così un percorso che, attraverso uno stile essenziale, anche se arricchito da molteplici fascinazioni sonore, ha provato a colmare, diluendolo, quel senso di vuoto, quella “mancanza” che, secondo l’artista, accompagna la vita di ognuno di noi. il 3 marzo prossimo, a cinque anni dal precedente disco, uscirà in italia, su etichetta ghost records, il suo quarto album: to live alone in that long summer. 
lo stile, in questo nuovo lavoro, si evolve e pur rimanendo fedele alle caratteristiche sonore delle origini, abbandona il lo-fi degli altri dischi per concentrarsi maggiormente sulla qualità del suono. l’ambientazione è meno claustrofobica del precedente notes to an absent lover, ma le soluzioni compositive ne ricalcano lo stile disegnando, attraverso brani semplici ed intensi, un affresco di solitudine affettiva metropolitana. ad accompagnarlo in questo nuovo affascinante viaggio sonoro, tamara lindeman  (weather station) daniela gesundhet (snowblink) ed i già citati tony dekker e sandro perri (impegnato anche alla produzione). 
il titolo è stato ispirato da un verso del poeta israeliano yehuda amichai.
l'album è disponibile, nell'edizione internazionale acquistabile direttamente dal sito di monotreme records, anche in una speciale versione limitata (200 pezzi). questa comprende, oltre al cd ed al digital download, something i have not done is following me: un libro, assemblato a mano, di poesie scritte da barzin negli ultimi anni, con l'aiuto del poeta di toronto erin robinsong.
all the while è il primo video estratto dal nuovo lavoro discografico, diretto da jason yeomans e con la partecipazione di sarine sofair. struggente, poetico, con una fotografia dai colori rarefatti e malinconici, il clip immerge in un’atmosfera intima che sin dalle prime note diventa anche sinonimo di un percorso interiore narrato con delicatezza dalla voce di barzin. nella melodia chitarra, batteria, piano ed archi si incontrano con “leggera intensità”, accompagnandoci nel racconto del viaggio di una giovane donna che porta con se una valigia. il suo contenuto rimane misterioso per “tutto il tempo“ (all the while, appunto) ma è evidente in ogni fotogramma quanto il peso sia quasi insostenibile per la protagonista. da qui, prima lo sconforto e il pianto, seguiti da un momento di riflessione. quello sguardo triste ma determinato rivela tutta l’acquisita consapevolezza che dipende solo da lei provare a concedersi la possibilità di cambiare un destino che potrebbe sembrare già segnato. liberarsi della valigia gettandola in acqua con tutta la forza possibile, diventa così la metafora di un doloroso ma “liberatorio” ritorno alla vita, di un “risveglio del cuore“ atteso da tempo...
all the while
all summer your love burned alone
as you learned to love this world
all the while you wait for your heart
all the while you wait for your heart to wake up
did you lay down beside the girl
did you wait for something to change you?
all the while you wait for your heart
all the while you wait for your heart to wake up
empty rooms whisper your name
and the blank page it hides from strain
all the while you wait for your heart
all the while you wait for your heart to wake up






*la foto della copertina è di rebecca wood

**grazie a ellebi per l'aiuto

venerdì 21 febbraio 2014

francesco di giacomo [non mi rompete]

ero praticamente un ragazzino e il banco del mutuo soccorso suonava già da parecchi di anni. 
la festa provinciale dell'unità a milano si teneva ancora al monte stella e molti concerti si svolgevano nell'anfiteatro. 
in quell'epoca per me a fine agosto iniziava l'evento dell'anno: tutti i giorni suonavano artisti importanti e la maggior parte di questi erano gratis! 
arrivavo nel pomeriggio e seduto sul prato mi godevo il soundcheck, insieme a pochissimi altri fanatici. 
quel giorno, in particolare, l'atmosfera era proprio splendida, i musicisti giravano alla grande e la sua voce riempiva da sola tutti gli spazi... 
l'ultimo pezzo che provarono fu non mi rompete. 
poco dopo, quello che mi sembrava un omone enorme scese dal palco e si venne a sedere di fianco a me. 
in realtà non era solo il suo fisico a sembrarmi oltre la media, era la sua personalità, la sua presenza magnetica a rendermi immobile, vicino a lui. praticamente riuscivo a guardarlo solo di traverso, per paura di disturbarlo...
alla fine mi feci forza perché qualcosa dovevo portare a casa da quell'incontro e pensai all'autografo. 
non avevo di certo con me l'unico lp del banco che all'epoca possedevo ed allora recuperai il libricino con il programma completo della festa. 
la firma venne fatto così sulla pagina del concerto di quella sera, tra l'indicazione di un dibattito e la pubblicità di un ristorante regionale.
francesco andò a cena ed io rimasi in quella atmosfera fatata a godermi il tramonto. 
calò la sera e pian piano l'anfiteatro si riempì. 
alle 21:30 in punto iniziarono a suonare.e il concerto iniziò proprio così...
non mi rompete
non mi svegliate ve ne prego 
ma lasciate che io dorma questo sonno, 
sia tranquillo da bambino 
sia che puzzi del russare da ubriaco. 
perché volete disturbarmi 
se io forse sto sognando un viaggio alato 
sopra un carro senza ruote 
trascinato dai cavalli del maestrale, 
nel maestrale... in volo. 
non mi svegliate ve ne prego 
ma lasciate che io dorma questo sonno, 
c'è ancora tempo per il giorno 
quando gli occhi si imbevono di pianto, 
i miei occhi... di pianto.

martedì 18 febbraio 2014

cesare malfatti - una mia distrazione (2014)

cesare malfatti si è distinto nell’ambito della musica pop di classe, cofondando e condividendo il progetto la crus per quasi vent’anni, oltre ad essersi dedicato ad una serie di altri interessanti progetti (amor fou, noorda, the dining rooms, se’mbro). il suo debutto come solista è del 2011. quella intrapresa è una via nuova, con una predilizione per il lato più autentico ed “artigianale” dell’artista: non si tratta di autoproduzione ma, ecco la particolarità, i cd sono numerati, datati, intestati e spediti a casa direttamente da cesare. da fine 2013 è disponibile il suo terzo lavoro: una mia distrazione. 
lo spunto per il disco è nato da un concerto con il pianista e compositore milanese antonio zambrini, che ha ridisegnato la logica sonora di malfatti. possiamo proprio dire che con questo progetto musicale la canzone d’autore incontra il jazz. insieme a zambrini hanno suonato matteo zucconi al contrabbasso, riccardo frisari alla batteria, vincenzo di silvestro agli archi, stefania giarlotta ai cori. i testi, tranne uno del poeta vincenzo costantino, sono tutti di luca lezziero, compositore e scrittore che già aveva collaborato con i la crus. la “distrazione” di malfatti è rappresentata anche dalle fotografie, che scatta un po’ ovunque: a casa ma anche nei luoghi che frequenta per concerti o vacanza. il packaging del disco ne contiene nove, una per ogni traccia. le ha personalizzate creando un prodotto unico, facendole diventare cartoline completate con la stampa dei testi sul retro. la confezione è diventata così, allo stesso tempo, familiare ed inusuale, in totale sintonia con l’atmosfera intima che si respira ascoltando tutto il disco. 
la voce di malfatti confidenziale, sussurrata, quasi sensuale, è amplificata nella sua intensità da tonalità che si aprono raffinate e melodiche. il pianoforte, accompagnato anche da cori leggeri e suadenti, a sua volta si fa voce, donando un respiro ancor più ampio, solare e dolcemente riflessivo alla musica. 
la stessa suggestione scaturisce anche dal video della title-track dell’album. con le riprese di andrea martiradonna e il montaggio dello stesso luca lezziero, il clip dimostra come sia possibile, a volte, creare una fusione quasi perfetta fra parole, musica e immagini. le riprese in bianco e nero vedono protagonisti alberi secolari che si stagliano vitali verso l’infinito, in un cielo illuminato dal sole. all’interno di questa natura rigogliosa c'è un paesaggio rurale, dominato da una strada sterrata ma lineare, che sembra non finire mai, in cui la figura umana è quasi del tutto assente. il tutto sembra quasi voler rappresentare un percorso interiore di graduale, serena, crescita personale, possibile a patto di tornare in contatto con le nostre “radici”, troppo spesso disperse nel caos della quotidianità.
una mia distrazione
cammino nel sole 
il cielo è già blu
la pietra ha il colore 
di parole dette mai più
morirai di una mia distrazione 
cercherò di non farlo mai più 
non avrai nessun’altra occasione
e vorrei lo capissi anche tu 
è strana la luce
che porti con te
io ti osservo parlare
sei diversa, diversa da me
la risposta che non riesci a trovare 
sarà come se fosse già lì 
sembrerà di conoscerla bene 
ma vorrei che non fosse così
morirai di una mia distrazione
resterà così poco di te
non avrò abbastanza parole
per spiegarti davvero il perché

martedì 28 gennaio 2014

gianni resta - dancing like a fool (2014)

lo “stile” gianni resta potremmo riassumerlo con: melodie che affondano le radici nella black music e testi semplici, diretti, ironici ed attuali. discorocksupersexypowerfunky è il suo secondo album, pubblicato a fine 2012. forse per reazione inconscia ad un periodo piuttosto buio, ne è uscito un lavoro estremamente fisico, energetico, che, con un sorriso, invita a “rimettersi in piedi” e a ballare fino in fondo questa vita. una “profonda leggerezza” diventa così il pretesto per rileggere la realtà conservando la giusta dose di ironia, che, anche con inevitabili accenti amari, riesca comunque a stemperarne gli aspetti più crudi. proprio ciò che accade nel video di dancing like a fool, ultimo singolo estratto, che ha come interprete principale l’amico natalino balasso. 
attore di teatro, ancor prima che comico, abituato a parlare della gente comune, dei paradossi delle loro vite e di come accettino le aberrazioni da loro stessi costruite, si rivela un protagonista ideale. le espressioni del suo viso, solo apparentemente anonimo, accostate a quel “ballo scemo” scandito da un ritmo funky-soul, molto più di qualsiasi analisi socio-economica, mostrano gli effetti dirompenti dell’attuale crisi. 
“diversamente licenziato“, ovvero invitato a rifarsi una vita da un’altra parte dopo 40 anni di lavoro, balasso, “lotta, cade, si rialza”. prova seriamente a riconquistare un futuro, affidandosi agli annunci di lavoro presi dalle bacheche. speranza che però si spegne inesorabilmente nell’attesa vana di una risposta che si consuma all’interno di una vecchia cabina telefonica. la danza a questo punto si trasforma, diventa il simbolo “tragico” di una resa che, una milano cinica osserva compiaciuta, finendo con l’immortalarla in quegli “odiosi” scatti finali degli onnipresenti telefonini.
da un soggetto dello stesso gianni resta e di claudio cecconi, che firma anche la regia, è nato così un clip dall’indubbio impatto emotivo. nel giro di 24 ore dalla sua pubblicazione sulla pagina web dell’edizione milanese del quotidiano repubblica, ha collezionato quasi 40.000 visualizzazioni. la dimostrazione, ancora una volta, che anche un progetto indipendente, quando è spinto da “un’urgenza“ autentica, ce la può fare ad arrivare al cuore di un gran numero di persone…

dancing like a fool
lotto, cado e mi rialzo non sono ancora stanco,
pensavi di ferirmi davvero?
presto, spara un altro colpo! che cosa cerchi, in fondo?
colpiscimi e non darmi respiro

queste sono le prime cose che ho da dirti
queste sono le prime viole che ho da darti
questi sono i primi giorni e i primi passi
mentre canti e ti diverti
dancing like a fool, dancing like a fool
balli e ti diverti come uno scemo
dancing like a fool, dancing like a fool
il mondo va a puttane e tu sei sereno
lotto, cado e mi rialzo non sono ancora stanco,
pensavi di finirmi davvero?
presto, spara un altro colpo! in cosa credi in fondo?
colpiscimi e non darmi respiro

queste sono le prime cose che ho da dirti
queste sono le prime viole che ho da darti
questi sono i primi giorni e i primi passi
mentre canti e ti diverti
queste non sono le prime lacrime che versi
queste non sono le prime volte, che ti perdi
queste non sono le prime nuvole che osservi
e intanto balli... e ti diverti
dancing like a fool, dancing like a fool
balli e ti diverti come uno scemo
dancing like a fool, dancing like a fool
il mondo va a puttane e tu, stai sereno




*foto [1] di claudio cecconi, [2] di lorenzo passoni
*grazie ad ellebi per il prezioso aiuto


venerdì 24 gennaio 2014

foja - donna maria (2014)

i foja sono attivi dalla primavera del 2006. gruppo eterogeneo per attitudini e gusti, condividono la passione per una musica che sia espressione della più totale libertà e sincerità. da quest’esigenza è nata la scelta spontanea di comporre utilizzando la lingua d’origine, quella napoletana. 
legati alle radici della loro tradizione, hanno allo stesso tempo assorbito tutta la curiosità e la predisposizione alla contaminazione tipiche di chi vive in una città di mare. aprirsi e confrontarsi con le “mescolanze” di ogni genere è diventata così un’irrinunciabile forma di comunicazione. guidati da un’irrequietezza - “a foja” appunto - che in realtà è un concentrato di energia positiva, un invito a credere in se stessi, a darsi da fare, ci raccontano una napoli autentica. una città divisa fra luci ed ombre, rabbia e malinconia ma anche speranza e voglia di reagire, di vivere fino in fondo il presente, con poesia ed ironia, armi che l’hanno sempre salvata da ogni avversità. tutto questo traspare chiaramente anche nel loro secondo album dimane torna ‘o sole, pubblicato nel novembre 2013.
un lavoro che si avvale della collaborazione di stimati amici, ancor prima che musicisti, quali, fra gli altri, mattia boschi, ilaria graziano, maurizio capone, claudio domestico (già coinvolto con il leader claudio sansone nella frizzante idea tarall&wine). tredici brani ognuno con un proprio “vestito musicale“ in cui trovano spazio strumenti quali l’ukulele, il banjo, i mandolini, il laud (strumento tipico arabo) e numerose percussioni. in una rilettura a fine creazione, il disco si è rivelato un concept album in cui il tempo è stato declinato nei suoi significati: da quello più semplice di evento meteorologico, a quello, più intimo e profondo, di attesa per qualcosa o qualcuno.
per la regia di alessandro rak (che già aveva firmato il clip di 'o sciore e 'o viento, tratto dal primo album del gruppo), e con la collaborazione di francesco di bella (ex frontman dei 24 grana) è appena stato pubblicato il video d’animazione del brano donna maria. il team di lavoro è lo stesso del film l’arte della felicità. presentato alla scorsa edizione del festival di venezia e tuttora in programmazione con crescenti consensi da parte sia di critica che di pubblico, aveva visto la partecipazione dei foja alla colonna sonora con il brano 'a malia, primo singolo estratto da "dimane torna ‘o sole". 

protagonista del nuovo clip è un’anziana signora rimasta vedova ai tempi della guerra. le sue giornate scorrono piatte, seduta in strada, immersa nei ricordi della vita da ragazza quando era sposa felice. ai suoi occhi, il volo di un piccione, che la fissa dall’alto del cornicione del palazzo di fronte, prende le sembianze dell’aereo pilotato dal suo giovane amore. vederla camminare lentamente, appesantita nel fisico, sguardo triste, quasi incapace di reggere il peso della spesa, trasmette tutta la fatica di vivere anni probabilmente trascorsi tutti uguali in attesa di un “miracolo d’amore”. miracolo, che, inatteso, arriva proprio nel finale del video. donna maria, all’improvviso, vede in lontananza una figura in abiti militari: è proprio lui, il marito aviatore, atteso da tanto. inizia così una corsa che diviene sempre più liberatoria, il fisico torna leggero, la bocca si schiude in un sorriso traboccante di gioia. si arriva così a quell’abbraccio finale in cui le anime, al di là dei corpi, tornano a congiungersi librandosi nell’aria, leggere e libere come il volo di due piccioni. questa scena è davvero qualcosa che fa profondamente bene. regala la possibilità, se non la certezza, a chi la guarda con il cuore aperto alla speranza e alla vita, di credere che l’amore, quando c’è ed è autentico, riesce ad andare oltre il tempo e lo spazio…
donna maria
(dario sansone)

donna maria faccia 'e carta guarda 'o sole
sempe assettata for' 'a porta se sta 
e guarda 'a gente che cagna culore
pareno mill'anne ca se stà 'nchiuvata llà
e vede e giuvine nun pazzià cchiù 'o pallone
e vede aneme pe cui addà prià
comm'era bella dint' 'a foto cu ll'ammore
comm'era bello chistu vico tant'anne fà
pigliame pe' 'na vota ancora
e famme arrepusà
torna pe 'na notte sola
nun me fà cchiù penà
quante palumme daje 'a magnà ogni matina
e 'sti nipute ca nun se vedono maje
'nu giuvinott dà 'na mano 'a saglì 'e grare
ma ce stà n'ato ca 'o rusario se vò arrubbà
e chisti juorne tutt'eguale uno all'ate
è 'a vita semplice ca te ffà suppurtà
cantano 'e galle e nun schiara maje juorno
tu piglie sciato e te miette a penzà
pigliame pe' 'na notte ancora
e famme arrecreà 
torna pe' 'na vota sola
nun me fà cchiù aspettà


donna maria*
donna Maria, faccia di cartapesta, guarda il sole 
sempre seduta fuori alla porta sta 
e guarda la gente che cambia colore 
sembrano secoli che stia lì immobile 
e vede i ragazzi che non giocano più a pallone 
e vede anime per cui pregare 
com’era bella nella foto col suo amore 
com’era bello questo vicolo tanti anni fa 
prendimi per una volta ancora 
e fammi riposare 
torna per una notte sole 
non farmi più penare 
a quanti colombi dai da mangiare ogni mattina 
e questi nipoti che non si vedono mai 
un ragazzo ti dà una mano a salire le scale 
ma ce n’è un altro che vuole rubare il rosario 
e questi giorni sempre uguali l’uno all’altro 
e la vita semplice che te li fa affrontare 
canta un gallo, ma non arriva mai il giorno 
tu prendi fiato e ti metti a pensare 
prendimi per una notte ancora 
e fammi deliziare 
torna per una volta sola 
non farmi più aspettare 



*traduzione di flavia borzacchiello



i foja sono:
dario sansone voce, ukulele, chitarra acustica
gianni schiattarella batteria
giuliano falcone basso
ennio frongillo chitarre acustiche ed elettriche



**grazie a ellebi per il prezioso aiuto
***grazie ad andrea furlan per le foto
****copertina di alessandro rak